Tai Chi – Qi Gong

(Tài Jí – Qì Gōng)

Tutti i Mercoledì dalle 19.30 alle 21.00

Arte di lunga vita

Il Tài Jí Quán (T’ai Chi Ch’uan) e il Qì Gōng (Ch’i-Kung) sono due discipline interattive, anche se spesso sono proposte separatamente.

Le loro origini risalgono a circa 5000 anni fa, esse sono l’essenza della pratica dell’Alchimia Taoista. Sono sempre state tenute in grande considerazione dalla Medicina Tradizionale Cinese e ora anche in molti paesi nell’ambito della Medicina Occidentale, possono essere praticate da tutti senza limiti di sesso e di età.

Molti sportivi le praticano per aumentare le proprie prestazioni, ma la loro efficacia è ormai riconosciuta anche per le fasce della terza età, quando non è più possibile svolgere le normali attività aerobiche.

Anziché disperdere energia attraverso il movimento, questa viene risparmiata ed accumulata grazie alle caratteristiche specifiche dei movimenti, che sono eseguiti con misurata lentezza e morbidezza, il respiro si associa con estrema spontaneità, facendosi più sottile regolare e profondo, contribuendo ad un generale rilassamento.

Tài Jí Quán

Il termine Tài Jí è una semplice abbreviazione di comodo del nome completo Tài Jí Quán; la desinenza Quán, come traduzione letterale, significa “pugno”, “pugilato cinese”, e la si riscontra in tutte le definizioni delle innumerevoli arti marziali cinesi; l’associazione con il termine Tài Jí è un chiaro riferimento al Taoismo che usa come sintesi grafica il simbolo del Tài Jí Tú per rappresentare il Tao.

Il Tài Jí Tú

Il Principio di fondo del Taoismo è la compenetrazione degli opposti, definiti in cinese come Yīn e Yáng quindi la loro armonia ed equilibrio.

Le Arti marziali e il pugilato ci portano a pensare ad uno scontro cruento tra due persone, ma nel caso del Tài Jí Quán, proprio per la caratteristica che lo lega al Taoismo, le due parti che entrano in gioco non lo fanno per portare l’incontro al conflitto, trasformandolo in scontro, bensì sviluppano, attraverso il movimento e le varie tecniche proprie di questa disciplina, una modalità che sviluppa il principio della Relazione anziché della Reazione.

Per sviluppare la relazione nell’incontro fisico tra due persone non serve la forza muscolare, questa divide e mette in competizione (come in un braccio di ferro) pertanto le tecniche del Tài Jí Quán hanno indubbiamente un aspetto marziale, ma la loro morbidezza e fluidità difficilmente provocano danni, in quanto lo scopo del lavoro di coppia non è di prevalere l’uno sull’altro, ma quello di invertire continuamente i ruoli.

Il lavoro di coppia viene definito Tuī Shǒu, letteralmente mani che spingono. Una sequenza tipo di Tuī Shǒu di base. Una spinta può essere subita o contrastata, il Tuī Shǒu è quello strumento della disciplina per interagire con la spinta dell’altro, quindi non la si subisce e non la si contrasta, ma la si accetta, la si dissolve restituendola al compagno di lavoro, in una divertente e semplice alternanza di movimento.

Col procedere della pratica le tecniche si fanno sempre più complesse e articolate nutrendo una strategia di sempre maggior abilità nel sapersi districare da difficili situazioni.

I princìpi fondamentali per la pratica di coppia sono: morbidezza, cedevolezza, ascolto, connessione.

La pratica in coppia è integrata dalla pratica a solo dove viene eseguita una sequenza di movimenti concatenati che simula un combattimento con un avversario immaginario, per questo il Tài Jí Quán viene anche definito la boxe delle ombre.

Sostanzialmente con la pratica a solo si impara a non inciampare nei propri piedi, con quella di coppia si usa la stessa metodologia per non inciampare nei piedi altrui. Questa particolarità fa la differenza con le altre discipline energetiche, dove si pratica solo il lavoro individuale senza un confronto con l’esterno.

A differenza dei Kata o Forme di altre arti marziali, il movimento viene eseguito con misurata lentezza, in modo che l’attenzione sia portata sempre più alla struttura del corpo, inizialmente all’apparato osteomioarticolare (ossa tendini e muscoli) e poi sempre più in profondità, a percepire gli effetti del movimento sugli organi interni.

La lentezza del movimento, oltre ad aumentare la propriocezione corporea, promuove la regolarizzazione spontanea del respiro, il tutto pone la mente in una condizione di serenità.

Questo processo, nell’Alchimia Taoista, si colloca al primo livello del processo di elevazione spirituale: riequilibrio del corpo, riequilibrio del respiro, riequilibrio della mente.

L’armonizzazione di questi tre campi energetici genera le condizioni ottimali per la pratica della meditazione.

Con l’evoluzione della pratica vengono successivamente introdotto l’uso delle armi classiche di questa disciplina, la spada, la sciabola, il bastone e la lancia, da considerarsi non come armi di offesa, ma validi strumenti che contribuiscono ad affinare la precisione e l’efficacia dei movimenti, percependo l’arma come un prolungamento del proprio corpo.

Qì Gōng

Il Qì Gōng, altrimenti chiamato Yoga cinese, tradotto letteralmente significa lavoro sull’Energia Vitale.

La pratica consiste in una serie di esercizi statici e dinamici che promuovono la conservazione e l’accumulazione dell’Energia Vitale, nei quali il riequilibrio del respiro è di fondamentale importanza.

Vi sono varie scuole e stili di Qì Gōng, confuciana, buddhista, medica, marziale, taoista.  Nella scuola taoista lo studio parte dall’armonizzazione del corpo e gli esercizi energetici sono associati alla pratica delle Arti Marziali Interne (Nèi Jiā), tra le quali il Tài Jí Quán ha una posizione di rilevo.

Di fatto il Tài Jí Quán è un modo per praticare il Qì Gōng. Per questo motivo preferiamo definire la disciplina Tài Jí – Qì Gōng che meglio rappresenta l’essenza della globalità di questa pratica.

Le Arti Marziali Interne sono così definite in quanto, anziché sviluppare forza muscolare, aggressività e potenza fisica, come nelle Arti Marziali Esterne (Wài Jiā), si sviluppa la Forza Interiore, l’Energia Vitale, In questo sta la marzialità di questa disciplina, marziale non significa necessariamente scontro, bensì rigore, disciplina, rispetto.

Alla stregua del confine sta a ciascuno di noi considerarlo un elemento che unisce anziché dividere, così come qualsiasi strumento può essere usato sia come arma per distruggere che come utensile per costruire, lo stesso vale per il proprio corpo.

Purtroppo l’umanità dimostra di non essere ancora riuscita a superare la propria primitività, questa disciplina è quindi un valido strumento che attraverso la nostra fisicità ci può accompagnare in un percorso che trascini nella morbidezza, che si conquista con il movimento corporeo e la sua adattabilità a situazioni sempre più difficile, anche la nostra mente, il nostro atteggiamento nei confronti della vita e delle continue difficoltà che ci si presentano davanti. E’ la chiave per imparare a mettere in pratica il principio del saper porgere l’altra guancia, che non significa dover subire l’aggressività altrui. Yīn e Yáng rappresentano i due poli opposti e quindi luce e buio, alto e basso, interno ed esterno, caldo e freddo e così via.

In questa differenziazione si collocano anche il maschile ed il femminile, l’uomo e la donna. Ciascuno si differenzia fisicamente dall’altro e separati sono persone fine a se stesse, ma noi sappiamo come in natura la loro unione genera un’altra vita e quindi la continuità della specie attraverso il processo della riproduzione.

Questo è il principio che esprime il Taoismo col simbolo del Tài Jí Tú dove si notano Yīn e Yáng, il bianco e il nero, che si rincorrono compenetrandosi e nell’uno scorgiamo il seme dell’altro, questa è la traccia sulla quale dobbiamo portare la pratica.

L’uomo e la donna si differenziano oltre che fisicamente anche intellettualmente, l’uomo è più razionale, la donna è più istintiva, la razionalità dispone ad una maggior precisione, la spontaneità ad una maggior morbidezza.

Uomo e donna si cercano, in quanto ciascuno ha bisogno della parte in cui è carente e che l’altro possiede, si incontrano quindi arricchendosi a vicenda.

La cultura occidentale ha comunque creato una disarmonia tra i due segni, privilegiando lo Yáng a discapito dello Yīn, questo purtroppo anche a livello dei sessi. Questo comunque non offre all’uomo particolari privilegi, in quanto è incatenato e schiavo della propria posticcia superiorità sociale, in quanto deve comunque mantenere questo ruolo non potendo rinunciare alla mania di prestazione.

La donna dal suo canto vede la propria femminilità sminuita e non trova altra strada per potersi affermare che emulare le doti maschili. Con la pratica del Tài Jí Quán entrambi i sessi hanno la possibilità di ridimensionare il proprio ruolo, l’uomo viene liberato dall’incombenza della prestazione in quanto la sua forza fisica non serve assolutamente a nulla, anzi lavorando sulla morbidezza scopre dentro di sé l’esistenza di una parte tenera, che la donna gli può solo mostrare, ma non dare.

La donna ha la possibilità di riscattare i valori che sono propri della femminilità oltre alla morbidezza, l’accoglienza, la cedevolezza, attraverso lo studio delle varie forme e del passaggio dall’una all’altra, ha la possibilità di accrescere la precisione che possiede in misura minore rispetto all’uomo.

Entrambi hanno quindi l’opportunità, attraverso la pratica, di ridimensionare in modo più armonico la propria personalità.

Una disciplina, una forma di meditazione dinamica, che è d’aiuto per tutte le età e soprattutto in età avanzata, dove si scoprono risorse alternative all’impiego di quella forza che ormai va scemando, e anche un modo nuovo per divertirsi attraverso la pratica di coppia.

È utile anche per le fasce più giovani, anche se è di più difficile accesso data la loro esuberanza energetica, ma comunque l’aspetto marziale è accattivante e soprattutto offre un’alternativa efficace al dualismo bullismo-remissività, in quanto le tecniche che si apprendono sono comunque di autodifesa ed aumentano il senso di autostima e sicurezza.

Maurizio Gandini